Onora il padre

DSCF5514Un minuto prima sto discutendo con il più hipster dei miei colleghi (sì, la categoria ha fatto il suo glorioso ingresso anche in Cambogia) del perché gli sarebbe piaciuto visitare la capitale della moda, Milano. Accanto a noi, gli altri chiacchierano stancamente del più e del meno: l’afa del primissimo pomeriggio inibisce qualsiasi conversazione impegnativa. Nell’attesa, ci hanno fatto accomodare all’ombra del padiglione appositamente allestito per accogliere i visitatori. A pochi metri da noi, tre guardie reali, poco più che ventenni, poco meno che trentenni, altrettanto stancamente eseguono il rito della vestizione: indossano delle uniformi – pantaloni neri, giacca bianca, spalline anni ’80 – che ricordano non sorprendentemente quelle dell’antica gendarmeria francese. Sorridono, non sembrano particolarmente in ansia, come non lo sembriamo noi. D’improvviso, una specie di corno risuona nel cortile, le guardie si raddrizzano, fanno un cenno di assenso nella nostra direzione, una specie di segnale di inizio. Raccolgono la grande corona di rose bianche che abbiamo portato. Si dispongono sul tappeto rosso di fronte a noi, dopo averci sistemato in fila per due, gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Uno degli organizzatori, ciambellani, maggiordomi (non ho ben capito cosa) ci invita sorridendo a deporre le nostre scarpe prima di entrare. Eseguiamo diligentemente. Una strana sensazione di fibrillazione, che mi coinvolge completamente, sembra ricoprirci tutti. Tutto d’un tratto. Il corno suona. Suonano i flauti e gli xilofoni. Le guardie, corona di fiori in avanti, avanzano a passo d’oca. Li seguiamo. In fila per due. Lo sguardo basso. Silenziosi. E’ tutto un frusciare di camicie bianche. Nel giro di pochi minuti l’atmosfera rilassata di pochi istanti prima sembra evaporata. Mi agito. Ripasso velocemente il protocollo a fior di labbra, cosciente che le istruzioni ricevute all’ultimo momento non mi saranno davvero utili. Saliamo le scale della pagoda: 10, 20, 50 scalini. Mi concentro sui miei piedi perché percepisco la tensione dei colleghi intorno a me e ho i grilli nello stomaco. Sollevo lo sguardo e lì lo vedo: un feretro dorato, ricoperto di piume. Piume?, penso. Che scelta bizzarra. Continuiamo a salire. A pochi metri della porta, le mie narici sono invase da un inequivocabile odore di borotalco. Non posso sottrarmi dal calcolare quanti giorni sono ormai passati dalla data della morte. Non posso sottrarmi dal sorridere pensando alla scena iniziale de I Fratelli Karamazov, quando il cadavere dello starec comincia a puzzare, proprio come quello di qualsiasi essere umano, nell’imbarazzo e lo sconcerto di tutti i suoi accoliti. All’ingresso vedo i miei colleghi inginocchiarsi, faccio lo stesso. Da questo momento in poi il mio corpo perde il controllo di se stesso lanciandosi automaticamente in una mimesi perpetua: gli altri avanzano verso il feretro in ginocchio e io seguo sulle ginocchia (senza nemmeno trovarlo particolarmente ridicolo); i colleghi portano le mani giunte alla fronte, poi i palmi aperti sul suolo ripetendo l’operazione tre volte e da fuori vedo le mie mani ripetere l’operazione tre volte: fronte, suolo, fronte, suolo, fronte…Ci alziamo. Un inchino di fronte alla bara. Singhiozzi. Tutto brilla intorno a me, tutto e’ dorato, la bara, i tappeti, i cuscini, l’alta uniforme indossata dal fratello del Re Padre, principe Norodom-non-so-cosa, che è lì per accoglierci. I miei colleghi si buttano letteralmente ai suoi piedi. Ci sono solo quattro persone prima di me, devo decidere in fretta come lo saluterò. Continuare nell’ipnotico e confortevole processo mimetico e abbracciare le sue ginocchia anche io? Un inchino alla Belle Epoque? Una decisa e occidentalissima stretta di mano? Mentre analizzo le opzioni, il mio turno arriva e opto per un mix delle tre: ginocchia piegate, bacino pericolosamente inclinato a destra, testa alta. Per fortuna ricordo almeno che di fronte alla famiglia reale le mani vanno portate alla fronte in segno di saluto e rispetto. Mi sento talmente un pesce fuor d’acqua che riesco persino a interrompere il principe mentre mi parla e a praticamente vomitargli in faccia le mie condoglianze. Si mostra accondiscendente, sorride e qualche secondo dopo è finita. Tutta la scena, da quando abbiamo posato le scarpe,  deve aver avuto una durata di 3, 4 minuti al massimo. Mi sembra di ricominciare a respirare di nuovo solo una volta usciti all’aria aperta nel giardino. Mi volto verso gli altri.

Un minuto prima sto discutendo amabilmente col mio collega hipster della settimana della moda a Milano, un minuto dopo mi volto verso gli altri. Sono tutti in lacrime. La catarsi è completa e non ne sono immune. Affatto. (16.01.2013)

Lunedi’ 4 febbraio: il Re Padre Norodom Sihanouk sarà cremato a Phnom Penh. Si attendono dai 2 ai 4 milioni di persone, e tanta tanta catarsi.

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2 thoughts on “Onora il padre

  1. Pingback: Il Padre della Nazione | Diario di una viaggiatrice schizofrenica

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