L’igiene del linguaggio

Oggi vorrei parlare di un soggetto non ricollegabile alla tematica del viaggio se non indirettamente. Un insieme di pensieri che ho preferito tacere a lungo per timore di strumentalizzare un ricordo. Un ricordo dolciastro, certamente colmo di rimpianto. E, in fondo, questo blog più che di viaggi parla appunto di questo: di come la scelta della partenza comporti delle rinunce con cui molto, troppo spesso, è difficile convivere. Ecco che cos’è la schizofrenia del viaggiatore, o almeno di questa viaggiatrice in particolare. Il volere vivere due vite contemporaneamente, per rendersi poi rapidamente conto di non appartenere più a nessun luogo. Oggi vorrei parlare di mio nonno: Francesco, detto, contro ogni ragionevolezza siciliana che lo pretendeva Ciccio, Franco.

A 7 anni, dopo la scuola, rientravo a casa di mia nonna, maestra, per approfittare dei suoi manicaretti e delle sue doti pedagogiche. Nella mia famiglia, al rendimento scolastico è stata sempre attribuita grande importanza. Ogni pomeriggio senza eccezione si studiava regolarmente dalle 2 del pomeriggio fino alle 8 di sera. La nonna faceva parte della vecchia scuola, in senso letterale: in tema di compiti era piuttosto severa. Anche in tema di temi: se il mio scritto del giorno non andava bene il foglio veniva puntualmente stracciato e bisognava, con mia grande frustrazione, ricominciare daccapo. Tuttavia qualche volta la nonna mi lasciava seduta alla scrivania per andarsene a giocare a Scala 40 con le amiche (il Burraco non era ancora di moda all’epoca nella Siracusa bene) o dal parrucchiere. Nei periodi più fortunati addirittura il pomeriggio del parrucchiere precedeva quello della giocata a carte, raddoppiando così le mie ore di semi-libertà della settimana. In quelle occasioni ovviamente non rimanevo da sola a casa: prima di uscire la nonna mi indicava qualche suggerimento utile su come strutturare il mio testo (a volte si trattava di compiti semplici come ‘Il mio cantante preferito’, altre volte di questioni più complesse, per esempio ‘Le origini del razzismo’) e poi mi raccomandava di farlo correggere dal nonno. Quest’ultima frase suonava come musica per le mie orecchie. Intanto perché io la scrittura della nonna proprio non la capivo e di conseguenza faticavo anche solo a interpretare le sue correzioni. Il nonno invece aveva una calligrafia elegante e pulita, esattamente come la sua persona. E poi la pratica del foglio stracciato non faceva parte della sua metodologia. Lo raggiungevo nel suo studio, porgendogli il foglio attraverso la maestosa scrivania in ebano che troneggiava al centro della stanza. Lui inforcava gli occhiali e per qualche minuto restava immerso nella lettura, interrotta di tanto in tanto da qualche tratto deciso della penna. Io me ne restavo compostamente al di qua della suddetta scrivania, consapevole che non bisognava disturbarlo. Dovete sapere che mio nonno era un giudice e sul suo tavolo c’era sempre un martelletto, proprio come quelli che si vedono nei tribunali. Immagino che si trattasse solo di un oggetto di decoro, ma ai miei occhi di bambina appariva come un irrefutabile simbolo del potere del nonno. Perciò era proprio come un verdetto quello che attendevo ansiosa alla fine della lettura. Una volta completata la correzione, il nonno sollevava lo sguardo verso di me e sorrideva invitandomi a raggiungerlo per rivedere insieme quanto avevo scritto. Ognuna di queste sessioni cominciava con l’invito: “Nipote, non dimenticare: igiene del linguaggio”. Ammetto che per tutta la durata delle elementari non ho mai ben capito per quale ragione il linguaggio dovesse lavarsi, ma certamente mi ero convinta dell’importanza del parlare e dello scrivere correttamente.

A 14 anni – il rito dei compiti a casa dei nonni era già terminato da un pezzo – la famiglia si riuniva da loro solo per il pranzo del sabato. Nonostante la mia ritrosìa iniziale, avevo finito con l’accettare di seguire obtorto collo il percorso che tutti, dico tutti, i membri della mia famiglia avevano intrapreso prima di me: il liceo classico. Chiunque abbia frequentato il ginnasio non avrà difficoltà a comprendere che la giornata del sabato era vissuta da noi ginnasiali come una liberazione, dopo una settimana di stenti. La mia gioia era peraltro rinforzata dal fatto di sapere che il sabato era anche giorno di paga. Il rito si ripeteva uguale a se stesso tutte le settimane. Il nonno era ufficialmente incaricato di preparare la caffettiera per tutti. Arrivati alla frutta, lasciava il suo posto a capotavola – io sedevo immancabilmente alla sua sinistra fin da piccola e questa tradizione non è stata scalfita dall’arrivo dei successivi nipoti – e mi diceva : “Vieni, nipote, aiutami a fare il caffè”. Pur consapevoli che tutti sapevano cosa stava succedendo veramente, con aria di mistero sgattolaiavamo entrambi nella sua camera da letto. I suoi pantaloni di lino, quelli che indossava in ufficio, se ne stavano delicatamente appoggiati su un portapantaloni di legno, uno di quelli adornati da una sottile sbarra dorata, come oggi non ne esistono più. Il nonno ne tirava fuori il portafogli e mi passava 15.000 lire. Questa cifra è rimasta la stessa nel tempo, trasformandosi soltando l’anno del mio diciottesimo compleanno a causa del passaggio all’euro. Il nonno comunque, senza curarsi dell’inflazione o di altre leggi finanziarie, non ha mai raddoppiato a trenta e continuava anche dopo a darmi 15 euro. Io, tutta contenta, correvo a fare il pieno al mio motorino e a comprarmi un pacchetto da 10 di Philipp Morris One, che mi sarei fatta durare fino al sabato successivo. Pur sapendo che il nonno – ex-fumatore incallito – e il suo cuore, che già a 39 anni si era battutto contro un infarto, non avrebbero approvato.

A 19 anni ho deciso di festeggiare il mio primo esame all’università con un piercing al sopracciglio. Tornata a casa per le vacanze di Pasqua – mi ero infatti trasferita a Milano per gli studi – ho immediatamente adempito ai miei doveri di nipote andando al solito pranzo dai nonni. Per oltre un’ora sono riuscita a nascondere l’obbrobrioso oggetto sul mio volto grazie alla mia folta chioma nera. Mentre, ormai sulla porta, mi rallegravo del fatto che avrei potuto nascondere l’oscena verità per tutta la durata del mio soggiorno siracusano, mia madre, forse più preoccupata dell’impatto che una simile rivelazione avrebbe avuto sui suoi genitori di quanto lo fossi io, ha telefonato: “Allora papà hai visto cosa ha fatto quella scema di mia figlia?” ha detto in tono scherzoso, ma un po’ isterico. Il nonno si è avvicinato, mi ha scostato le ciocche dal viso e ha pronuciato gelido: “Nipote, da te non me l’aspettavo.” Da allora l’argomento non è stato mai più menzionato.

A 22 anni ho dedicato la mia tesi di laurea ai miei nonni, che mi hanno insegnato a leggere, scrivere e far di conto. Mi sembrava logico rendere loro omaggio alla fine del mio percorso universitario.

A 26 anni, ancora una volta sono rientrata a casa dei nonni per il solito pranzo del sabato, senza più il piercing, ma con molte più storie da raccontare: avevo infatti trascorso l’ultimo anno in Madagascar per lavoro. Il tavolo era apparecchiato in salotto, ma il posto del nonno non era stato preparato. Come già avevo fatto tante volte nel corso degli anni, quando mi preparavo a ricevere la mia paghetta settimanale, ho attraversato il corridoio che conduce alla sua camera da letto. I pantaloni di lino non c’erano più perché il nonno era ormai in pensione. Lui però c’era ancora, disteso sul letto. Tutto piccolo mi è sembrato, il mio nonnino che un tempo raggiungeva quasi il metro e ottanta. Mi sono avvicinata e mi ha guardato stupito, come se non capisse cosa ci facessi lì. Ho dovuto dirgli, praticamente urlargli: “Nonno, sono io, tua nipote!”
Era il periodo di Natale. Dalla Terra Rossa avevo portato un regalo per tutti: i miei genitori, i miei fratelli, gli zii, i cugini e ovviamente la nonna. Solo per mio nonno non ero riuscita a trovare qualcosa di adatto in terra africana e alla fine avevo lasciato perdere dopo che mia madre mi aveva detto: “Non ti preoccupare, tanto non se ne renderà nemmeno conto”.

Qualche mese dopo il nonno ci ha lasciato. Ed io, dopo oltre un anno, mi domando inquieta se, durante quell’ultimo Natale insieme, in un barlume di lucidità non abbia realizzato che tutti avevano avuto il loro dono malgascio, tranne lui.
Alla fine della sua carriera il nonno era diventato Presidente del Tribunale, un uomo ricco e potente. Ma se, il giorno del suo funerale, la chiesa era gremita e gremita era persino la piazza di fronte alla chiesa, non è dipeso dal suo prestigio, ma dal semplice fatto che il nonno era un uomo onesto in una terra che di uomini onesti ne ha pochi. Al funerale io comunque non ho assistito, ero ancora in Madagascar, né ho ancora visitato la sua tomba. Forse è per questo che, l’ultima volta che sono stata a casa sua per il pranzo del sabato, ho voluto percorrere ancora una volta quel corridoio fino alla camera da letto: per convincermi che non l’avrei più trovato.
Fatto sta che ancora oggi, se mi capita di scrivere o di veder scritta qualche castroneria, la sua voce risuona puntualmente nella mia testa: “Nipote, igiene del linguaggio!”

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