Una giornata in tribunale

ImmagineI telefoni cellulari, le macchine fotografiche, gli oggetti contundenti o che possano arrecare danni a cose o persone sono severamente vietati. Lasciata la mia borsa all’ingresso, passo senza contrattempi il metal detector. Mi ritrovo in un corridoio delimitato a destra e a sinistra da una rete di metallo. La stessa, corredata con tanto di filo spinato, che circonda l’intera aerea. All’interno ancora sbarre, un cortile senza alberi né fiori che ricorda tanto la zona all’aperto dei carceri visti al cinema e un ultimo metal detector. Superati i controlli meticolosi, entriamo nella grande sala: 500 poltrone a sedere che ospitano monaci buddisti, facilmente riconoscibili dalla tunica arancio e dal cranio rasato, giornalisti di ogni colore e privati cittadini. Ma la presenza più numerosa è rappresentata dagli studenti. Decine e decine di camicie bianche e pantaloni o gonne blu seduti in maniera composta in attesa che tutto gli intervenuti prendano posto. I nostri, di studenti, entrano in fila per due con l’attitudine che assumono ogni volta che capiscono di trovarsi in un contesto che esige un comportamento serio: le mani congiunte sul ventre, la testa bassa. L’austerità del luogo deve intimidirli un po’. Intimidisce anche me. Al centro della sala, un vetro, probabilmente antiproiettile, e delle tende di un bianco immacolato e spesso ci separano dalla scena. Riconosco tutto il rito dell’attesa curiosa che si consuma prima dell’inizio di una pièce teatrale. Sui televisori collocati in diversi angoli della sala si susseguono le immagini didascaliche di quanto già é stato detto e deciso. Le osservo interessata, cerco di integrare le mie scarse conoscenze della materia con la ricca brochure che ho preso all’ingresso. Fin dalle prime righe, realizzo che, malgrado la dichiarazione di intenti, il testo é tutt’altro che neutrale: un processo equo e imparziale, leggo, che si concluderà con la condanna degli imputati. Sorrido per questa dichiarazione così naive. A quanto pare non ci saranno sorprese nel giudizio di questa corte eccezionale, composta da interlocutori locali e di varie nazionalità. Un tribunale unico al mondo, composto da attori internazionali e locali, e creato, dopo anni di diatribe, dal Governo Reale della Cambogia e dalle Nazioni Unite affinchè, leggo ancora sulla brochure, “giustizia sia fatta”. Alle 9 in punto, il sipario si solleva. Dall’altro lato del vetro l’accusa e la difesa sono già schierate l’una di fronte all’altra. Prima d’ora non ho mai assistito personalmente ad un processo né messo piede in un tribunale: confesso quindi di essere particolarmente eccitata ala vista delle toghe nere e viola e, inconsciamente, mi aspetto di assistere a un’udienza in stile Perry Mason. Entra la corte. Ci alziamo. Il processo ha inizio. Non riesco a distinguere tutti gli imputati tra i banchi, tranne uno, Nuon Chea, ex Presidente dell’Assemblea nazionale della Kampuchea Democratica. Seduto in seconda fila, le braccia conserte, ha l’espressione di un semplice spettatore. Un’ ulteriore occhiata alla sua biografia mi permette di calcolare che oggi ha più o meno 90 anni. Ed é come un vecchio stanco che mi appare, non certo come un uomo accusato di crimini contro l’umanità, genocidio, violazioni gravi della Convenzione di Ginevra del ‘49, tortura e omicidio. I nostri studenti sono troppo giovani e non hanno vissuto in prima persona gli orrori del regime degli Khmers Rouges. Ma ognuna delle loro famiglie ha perso una persona cara tra il 1975 e il 1979. Leggo l’emozione nei loro occhi e comprendo tutta la portata emotiva, prima ancora che politica, di questo processo. D’un tratto mi vedo costretta a concordare con una delle affermazioni intrise di pathos della brochure: questo processo segna una nuova pagina nella storia del paese.

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