Sotto il coperchio

É quasi calata la sera, la via di casa é inondata di luce rosa e turchina. E di gente. Appena svoltato l’angolo noto proprio di fronte al mio cancello un grosso tendone, a strisce gialle e arancio. Sembrerebbe un circo, se non fosse che, invece del tipico cerchio, disegna sulla strada un rettangolo. Di animali o clown neanche l’ombra. Incuriosita, osservo all’interno una ventina di tavoli e sedie con delle federe dorate. Qualche metro più in là, sul marciapiede, quattro o cinque ragazzi si affacendano intorno a delle grandi bacinelle colme d’acqua: immergono, insaponano, immergono, sciacquano i piatti. La girandola di colori mi fa pensare che si tratti di un matrimonio. É usanza tipica in Cambogia, infatti, celebrare le nozze così, in mezzo alla strada. Poco importa che la via diventi impraticabile o la circolazione impossibile sulle grandi arterie. Tuttavia non vedo troneggiare alcuna foto a grandezza naturale degli sposi: di solito, in queste sale da ricevimento improvvisate all’aperto, ce ne sono almeno quattro, che mostrano i neo-coniugi con i loro abiti da cerimonia più belli. Mi avvicino. E mi accorgo di alcuni particolari che mi erano sfuggiti da lontano: i nastri intorno alla porta di fiori di plastica sono bianchi e neri, bianchi e neri gli abiti degli intervenuti. Un funerale. Raggiungo il mio ingresso. Non posso trattenere la curiosità e, prima di varcare la soglia, guardo un’ultima volta alle mie spalle. La bara di legno chiaro – che penso, senza sapere perchè, deve essere fatta di sandalo – è posata con noncuranza su un camioncino. Il coperchio intarsiato di fiori e piante rampicanti. Mentre mi rimprovero per aver pensato: “Però! Com’è piccola!”, una signora avvolta in un drappo bianco si avvicina. Ha il cranio rasato in segno di lutto, come esige la tradizione locale. É minuta e un po’ tremolante. Con un sorriso fa un gesto a un giovanotto. Lui si avvicina e, prima che mi renda conto di cosa sta per succedere, solleva il coperchio della bara, ancora aperta. La vecchia si spinge sulle punte, allunga il collo e rimane così, come sospesa, per qualche secondo. Ritorna a terra, con un gesto composto si aggiusta la veste. Piange e sorride. Si volta verso il tendone, le sedie dorate, i tavoli con le tovaglie rosa: i convitati stanno mangiando di gusto. Forse, in fondo, non é poi così diverso da un circo.

Domani, alle prime luci dell’alba,  flauti e tamburi inizieranno a suonare per l’ultimo saluto al defunto. Poi, un altro camioncino addobbato per l’occasione, attraverserà la città al ritmo di musiche trionfanti. Quattro monache spargeranno i bigliettini che augurano una migliore vita al morto e tutto sarà concluso in poche ore. A lei, resterà il ricordo di un ultimo sguardo segreto, al riparo da occhi indiscreti. A me, un gesto spiato, quello di una vecchia senza più capelli che dà il suo ultimo addio.

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4 thoughts on “Sotto il coperchio

  1. Mi è capitato di partecipare alle celebrazioni che seguono i funerali di defunti africani. C’erano banchetti, gente che chiacchierava, musica. Un’altra idea della morte?

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