Giornale di viaggio. 29 settembre 2011. Di Madonne e piani di fuga

Oggi ci siamo offerti un pomeriggio in spiaggia. Ragazzini vestiti di stracci e sdentate nonnine ci offrono i loro servizi: braccialetti, massaggi, manicure… Rifiutamo con cortesia, quando possibile. A volte invece siamo costretti ad ignorare l’insistenza di qualche ambulante più caparbio. Due ragazzine si avvicinano al lettino accanto al nostro. La coppia inglese che lo occupa sembra non lesinare loro qualche chiacchera e, incoraggiate dalla questa bonarietà, deducono automaticamente che anche noi siamo disponibili a conversare. P. sprofonda nel suo libro, io – un po’ per deformazione professionale, lavoro pur sempre in una scuola ormai ed è tempo di rendermene conto! –  sono incuriosita dalle loro storie. La più grandicella dichiara di avere 16 anni, non gliene do più di 13, probabilmente la verità sta nel mezzo. Ha occhi vispi e unghie smaltate di un rosso rubino che doveva essere brillante fino a pochi giorni fa e di cui ora resta solo qualche traccia sbiadita. Il sale e i giochi di bambina devono averlo cancellato. La più piccola, 11 o 12 anni, si è concessa il vezzo di una gonnellina a quadretti rosa, unico indumento che indossa. Nasconde il seno ancora immaturo tra collane di conchiglia  e nastri colorati. I capelli lunghi e neri che le incorniciano il viso mi ricordano certi dipinti della Vergine, ancora bambina, in fuga in Egitto. Amy e Lisa, questi i loro nomi occidentali, adottati perché, ci spiegano, i turisti altrimenti non capirebbero come ci chiamiamo davvero in lingua khmer. Mi raccontano che la mattina vanno alla scuola pubblica e a quella privata di inglese, che costa loro circa 14 dollari per mese. Il pomeriggio, il lavoro in spiaggia per pagarsi gli studi e qualche quaderno. In Cambogia, gli insegnanti della scuola pubblica percepiscono stipendi estremamente bassi, in media 30-40 dollari al mese, e accade non di rado che chiedano agli allievi un piccolo contributo per consentire loro di frequentare le lezioni. Lisa, la più giovane, è un po’ timida e si limita a fare trecce coi miei capelli sorridendo, mentre Amy mi spiega che la vita sulla spiaggia non è così dura e che è contenta di incontrare gente come me per poter migliorare il suo inglese. Parla in effetti molto meglio di tanti altri locali che ho incontrato in città. Siamo seduti all’ombra di un hibiscus dal quale a un tratto un piccolo verme solitario cade giù, finendo sulle spalle di Lisa. Urlette divertite e un po’ disgustate delle ragazzine, quando un giovanotto, anche lui intorno ai 13 anni, spuntato da non so dove, si erge a cavaliere senza macchia e senza paura e, con aria sprezzante, rimuove il malcapitato verme. Ridiamo.

Poco distante un uomo, immerso nell’acqua fino alle ginocchia, maneggia una rete in cerca di pesci. Non riesco a vedere esattamente cosa stia pescando, ma, da lontano, mi pare si tratti di ricci di mare e conchiglie. La pazienza dei suoi gesti ripetitivi mi ipnotizza. Più tardi, verso sera, il pescatore si avvicina alla proprietaria del nostro hotel, che si chiama non a caso Aquarium e le offre un pesce, che assomiglia piuttosto a un rospo, maldestramente capitato nella sua rete e destinato ora a finire sottovetro. Dapprima lo vediamo agitarsi nell’acquario a destra e manca, esplorarne tutti gli angoli, sbattere sulle pareti. Poi sembra rassegnarsi e domandare agli altri inquilini con occhi spauriti se davvero non ci siano vie di fuga. Nel giro di pochi minuti, ha smesso di dimenarsi e si abbandona sul fondo con aria sconfitta. Io e P. pianifichiamo di liberarlo in mare aperto questa notte stessa. Mi auguro che non sia troppo tardi.

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