Giornale di viaggio. 25 Settembre 2011. Di rospi e sanguisughe

K.K., la cittadina in cui ci troviamo, e’ un potenziale parco giochi per turisti. Si trova infatti a pochi km da fiumi, cascate, foreste pluviali e, come ho già’ accennato, dal vicino, vicinissimo confine con la Thailandia. La separano da Bangkok solo poche ore di bus. 6 ore per essere esatti, 6 ore prima di raggiungere il tempio della perdizione. O almeno così’ dicono viaggiatori più’ scaltri di me. Che ti raccontano di puttane bambine, droghe sintetiche, locali notturni per tutte le esigenze sessuali e quant’altro. Io, quando circa un mese fa ho messo piede per la prima volta a Bangkok, tutta sta perdizione non l’ho vista, ma insomma non e’ che fossi particolarmente impaziente di trovarla. Il massimo dello stupore per me e’ stato osservare, in una stradina pedonale colma di negozi di magliette e scarpe, venditori ambulanti di kebab e noodles, e buie sale per massaggi, una ragazza tedesca dai cortissimi capelli albicocca farsi aggiungere delle extension che si sposavano perfettamente col suo colore originale. Ma dove li avranno trovati, mi chiedevo, dei capelli rossi veri da queste parti? La tedesca in questione comunque non sembrava porsi troppe domande e aveva l’aria soddisfatta della sua nuova chioma. Ma torniamo a K.K. : un tipo di turismo diverso da quello thai, per gli amanti della natura. Io di certo non faccio parte della categoria, ma se viaggi in due sai che a un certo punto dovrai accontentare le esigenze del tuo compagno. Teoricamente di opzioni ne avremmo diverse, ma la pioggia insistente ci fa optare per un trekking nella foresta di 4 ore che dovrebbe allo stesso tempo colmare il desiderio di P. di marce in montagna e non essere troppo faticoso per il mio bacino riluttante. J. lo ritroviamo esattamente dove lo avevamo lasciato ieri, ovvero scompostamente adagiato sul divano, davanti alla TV. E’ un ragazzotto giovane, sui 35-40 anni, cappelli lunghi biondi e ventre da birra ben pronunciato. Ha un accento british estremamente elegante, che contrasta un po’ con la sua immagine di ex surfista australiano, puntellato di strane espressioni linguistiche che ne’ io ne’ P. riusciamo sempre a decifrare. Ci spiega in effetti che ha vissuto la piu’ parte della sua vita a Londra, ma che ha origini irlandesi, e ci mostra tutto sorridente la sua collezioni di whiskey e birre d’Irlanda. Io non posso trattenermi dal pensare che vivere in questo luogo isolato, con per sola compagnia le cameriere Khmer le cui possibilita’ di comunicare in inglese sono alquanto limitate, non deve essere particolarmente appagante. Ma J. sembra accontentarsi della sua tv e del suo alcol e chi sono io per giudicare questo stile di vita?In effetti lo disapprovo. Ma tant’e’.                                                                                            Mentre aspettiamo la nostra guida per il trekking, J. ci presenta il ragazzino che ci condurra’ alla foresta in barca. Giovanissimo khmer, non piu’ di 18 anni direi io, dai denti bianchissimi e dal nome impronunciabile. Non che conti qualcosa, come si chiami, visto che non avro’ modo di parlargli: H. – mi riferisco a lui per comodita’ di scrittura cosi’ – e’ infatto sordo-muto. Io e P. ci scambiamo uno sguardo incuriosito… una guida che non puo’ comunicare? Il trekking si prospetta senza dubbio originale. J. comunque parla il linguaggio dei segni, almeno credo, e lui e H. si intendono perfettamente: il rapporto del nostro proprietario con H. – che abita nell’hotel come scopriro’ piu’ tardi – sembra quello di un fratello maggiore attento ai bisogni del piu’ piccolo. Maliziosamente mi sorge il dubbio che J. potrebbe in effetti essere persino il padre di H., il che giustificherebbe la sua scelta di venirsi a rintanare qui. Peraltro non sarebbe certo il primo ad essersi fatto infinocchiare da una gentil donnina locale. Comunque partiamo. Per circa una mezz’ora percorriamo su una piccola imbarcazione di legno il fiume, delimitato su tutti i lati dalle stesse mangrovie che tanto mi avevano impressionato ieri. Osservandole dal di fuori della foresta, hanno un aspetto ancora distinto, ma certamente meno minaccioso. Giungiamo alla riva dalla quale il nostro trekking avra’ inizio. Una rapida occhiata verso la collina, e gia’ le gambe mi tremano. So che passero’ le prossime ore a cercare di trattenere quanto piu’ fiato possiedo – i veri camminatori non fumano – insieme alle mie lamentele per le mie ossicine doloranti. La nostra passeggiata si rivela comunque interessante e piena di incontri. Un enorme rospo se ne sta tranquillo proprio al centro del sentiero. Sono molto fiera di averlo visto per prima, mentre la nostra guida, che cammina davanti a me con passo deciso e cui faccio fatica a stare dietro, sembra non averlo notato.   In effetti, la sua principale preoccupazione, piu’ che mostrarci le piccole e grandi meraviglie di questo lussureggiante groviglio vegetale, e’ osservarsi i piedi. J. ci ha ripetutamente raccomandato di fare attenzione: siamo in piena stagione delle piogge, la foresta gronda d’acqua e di ruscelli e le sanguisughe sono in agguato. La nostra guida non ha evidentemente intenzione di beccarsene una e la sistematicita’ con cui, ogni dieci passi, scuote le caviglie e controlla di non ospitare nessun animaletto indesiderato rischia di guastarmi la gita, preoccupata come sono anche io di farmi mordere. Mentre osservo delle bacche di un arancio brillante che crescono un po’ su tutti gli alberi, sento un fruscio sospetto. P. si gira verso di me e quasi urlando mi chiede: ‘L’hai visto?’. Io non ho visto niente, ovviamente, ma H., che chiudeva il corteo, si getta in avanti col viso emozionato per consultare – a gesti – l’altra guida. A quanto pare un grosso cinghiale – o qualcosa di simile – mi e’ appena sfilato sotto il naso. H. si sofferma a osservare le tracce, infila le dita nel fango e ci mostra la lunghezza degli artigli della bestia che mi sono fatta scappare sotto il naso. Entrambi, lui e l’altra guida, sembrano convenire che si tratta di un animale di dimensioni inusualmente grandi.  Proseguiamo fino alle cascate, nostra meta finale prima di ripercorrere il percorso all’indietro, e sono molto contenta di constatare che nelle mie converse non c’e’ alcuna sanguisuga. Nonostante la giornata non sia assolata, sudo e ho caldo percio’ decido di immergere i piedi nell’acqua. Dopo dieci secondi, vedo un simpatico animaletto nero sul mio polpaccio. Ora, fin dai tempi del Vietnam, ho imparato una cosa sulle sanguisughe: che i loro denti sono arcuati e quando te ne ritrovi una addosso non devi staccarla, che si trascinera’ con se’ una buona porzione della tua carne, ma piuttosto bruciarla. E solo allora rimuoverla. Per tutto il percorso mi ero impegnata a tenere ben chiara nella mia testa questa contromisura, controllando di tanto in tanto che il mio accendino fosse ben al sicuro nella mia tasca. Tuttavia, quando ho visto questa cosa viscida su di me, sicura che non avesse avuto il tempo di attaccrsi per bene, ho reagito istintivamente e l’ho staccata con la mano. Risate generali dei miei compagni uomini, visto che non mi sono fatta mancare nemmeno qualche urletto isterico tutto al femminile. Risultato, mentre scrivo queste righe e’ sera e ancora sanguino.

Che altro dire, vediamo… bah la foresta e’ una foresta e non saprei che aggiungere. Decisamente, le persone mi interessano piu’ dei siti naturalistici.

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