Giornale di viaggio. 24 Settembre 2011. Di preti e mangrovie

Sono le due. Poche nuvole sporadiche all’orizzonte annunciano pioggia. Non per questo l’atmosfera e’ meno densa e afosa. Camminiamo fino a un ponte che sovrasta un fiume dall’ampio letto sporco di terra. Prima del ponte si aprono tre possibili direzioni, non sappiamo quale prendere. Nessuno intorno a cui chiedere. Nessuna traccia del nostro hotel e camminare mi stanca facilmente. Malgrado le proteste di P. decido di prendere un motodop. In questo pomeriggio greve, sembrano essere gli unici esseri umani in giro per il paese e non abbiamo difficolta’ a trovarne due. In un inglese sicuro, ci propongono di accompagnarci per due dollari… visto che non sappiamo a che distanza ci troviamo dalla nostra destinazione, accettiamo senza ulteriori negoziazioni : non sappiamo se stiamo pagando troppo e in ogni caso sono stremata dal viaggio per mettermi a discutere. Il mio conducente e’ piccolo e agile e dimostra una quarantina di anni. Ha voglia di chiaccherare. Vedo che lancia il suo scooter in una pista in mezzo ai bufali e le risiere, colma di fango e pozzanghere. Deve aver piovuto recentemente. Viste le condizioni della strada, capisco che il tragitto sara’ meno breve di quanto sperassi, per cui non mi dispiace farmi intrattenere dalle sue chiacchere spigliate. Sembra conoscere il proprietario dell’hotel verso cui siamo diretti, un inglese di nome J. di cui parla come di un amico. Mi racconta di essere un pastore. Sono distratta dai continui “hallo” dei bambini del villaggio che stiamo attraversando per soffermarmi a riflettere di quale branca del cristianesimo stia parlando. Mi chiede dove vivo e cosa faccio e, come sempre accade quando rispondo che abito qui da qualche mese, si lascia ad andare a un ohhh di sorpresa. A pochi kilometri dal confine thailandese, sembrerebbe che i locali siano piu’ abituati a incontrare dei turisti piuttosto che degli expat. Almeno cosi’ credo in questo momento, ma piu’ tardi scopriro’ che mi sto sbagliando. Gli dico che lavoro per una ONG e l’ohhh sorpreso di prima diventa repentinamente ammirato. Col tono di uno che la sa lunga di associazioni per lo sviluppo mi dice, e sembra piu’ un’affermazione convinta che una domanda, che tutti coloro che lavorano nelle ONG sono di fede cristiana. Dichiarazione non necessariamente veritiera dappertutto, ma certamente non lontana dalla verita’ qui in Cambogia.                                    In questo angolo sperduto di mondo, non mi stupirei di trovare, come spesso accade anche nei luoghi piu’ remoti, un gruppetto di giovani che giocano su un improvvisato terreno da calcio. Invece da queste parti lo sport piu’ amato sembra essere il volley. Nel giro di poche centinaia di metri, conto almeno 4 o 5 campetti da pallavvolo su sabbia. E non si tratta di quattro ragazzetti che si passano la palla di qua e di la’ per divertimento. Oh no. Certo, vista l’altezza media dgli Khmer la rete, ad occhio, mi sembra un po’ piu’ bassa di quella regolamentare. Ma, persino allo sguardo fugace di un passante su un motorino, come il mio, appare evidente che la competizione e’ tosta : qui si gioca seriamente, si gioca per vincere.                                                                                                                                              Circa un quarto d’ora e molte buche dopo, giungiamo infine all’hotel. Un’area ristorante spartana, ma accogliente, sotto un tetto di bambu’ e pochi bungalow nascosti dalle palme. Un luogo tranquillo, proprio quello che stavamo cercando.                                              Abbiamo ancora qualche ora a disposizione prima che il sole tramonti e J., senza distrarsi dal match di rugby che sta seguendo in TV, ci suggerisce una visita alla foreste delle mangrovie, a una decina di km. Malgrado la stanchezza, accogliamo la proposta con entusiasmo, felici di poter fare qualcosa del nostro pomeriggio, che credevamo ormai destinato ad accartocciarsi su un divano.                                                                            Aspettiamo un tuk tuk che ci viene a prendere all’albergo e in pochi minuti il paesaggio cambia straordinariamente. Il nostro taxi ci dice che ci aspettera’ all’ingresso. Ci inoltriamo nel parco. Il percorso si riduce a un lunghissimo ponte di legno sospeso sul lago. Non avevo mai visto prima niente di simile. La mangrovia e’ un albero intrigante. Intorno a noi ce ne sono centinaia, a perdita d’occhio e, malgrado fuori ci sia un timido sole, all’interno del parco sembra che la notte sia gia’ calata, tanto la foresta e’ fitta. Le radici emergono dalle acque senza alcun ordine apparente, si intrecciano, si torcono, si annodano, si incurvano, si riergono fiere a sostenere la corteccia. Mi sembra di ritrovare le atmosfere cupe e fiabesche di un film di Tim Burton. Mentre avanzo sul pontile, mi dico che se fosse notte per davvero non sarei tanto felice di essere qui.

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One thought on “Giornale di viaggio. 24 Settembre 2011. Di preti e mangrovie

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