Giornale di viaggio. 24 settembre 2011

Autobus. Immense pianure costellate di palme dondolanti. La stagione delle piogge domina il paesaggio, il verde delle risiere si confonde col cielo plumbeo in un gioco di colori che incanta. Vorrei perdermi in questo quadro, ma la temperatura, bassa, bassissima del bus e il volume dei videoclip che passano incessantemente sullo schermo di fronte a me, mi impediscono ogni forma di alienazione. Altrettanto difficile assopirsi. Così alterno all’osservazione del panorama esterno quella, non meno intrigante a dire il vero, dello spettacolo all’interno del nostro mezzo di trasporto che ci conduce verso Ovest. Ho freddo e sono nervosa perché fuori ci sono 30 gradi e noi siamo obbligati a sopportare il gelo qui dentro. Paul, in bilico tra il faceto e lo sprezzante, mi informa che gli Khmer prendono l’autobus per poter usufruire del lusso dell’aria condizionata. Sorrido. Provo a concentrarmi sulle immagini alla televisione e mi sorprendo nel constatare che tutti i video musicali sono accomunati da due elementi fondamentali: una melodia melensa e delle storie che ricordano un po’ le  soap-opera americane, solo che tutti i lieto-fine sembrano essere stati banditi dallo schermo. Malattie genetiche, relazioni amorose che conducono alla separazione, tradimenti, risse, suicidi, oh questi non sorridono mai. Proprio mai. Protagonisti giovani di non più di vent’anni (ma chi può dirlo, l’età degli asiatici è difficile da stabilire) sfoggiano con orgoglio tagli di capelli che definire ridicoli sarebbe ancora un eufemismo. Il mio preferito è quello di una giovane costretta sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente stradale che, dopo aver osservato a lungo verso il basso dal tetto di un palazzo, decide infine di gettarsi giù. Siccome non parliamo un’h di Khmer, non sappiamo neanche perché. Mentre lo trasmettono osservo gli sguardi colmi di pietà dei cambogiani a fianco a me, mentre gli occidentali – diretti in Thailandia – sghignazzano senza ritegno. Inutile precisare che noi facciamo parte di quest’ultimo gruppo. Inevitabile chiedersi perché un popolo come questo, che è passato attraverso un genocidio il cui ricordo è ancora vivacemente impresso nella memoria collettiva, si crogioli nel proporre, attraverso la musica pop, simili situazioni melodrammatiche.

Mentre faccio queste riflessioni, mi accorgo che siamo arrivati.Come previsto, alla stazione siamo sommersi dai conducenti di motodop e tuk tuk che ci propongono insistentemente i loro servizi. Ci allontaniamo un po’ dalla mischia, lasciando agli altri turisti l’arduo compito di negoziare il tragitto fino all’hotel, e ci incamminiamo a piedi. Siamo in una città fantasma.

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