Parliamo di cibo.

Pare sia una consumata consuetudine tutta italiana quella di interessarsi, in ogni paese in cui ci si reca, che sia per il diletto o per il travagghio, al cibo locale. Monumenti, opere d’arte, possenti chiese cattoliche o templi buddisti…l’italiano medio può restare impunemente indifferente a questo genere di attrazioni, ma non può esimersi dall’assicurarsi, spesso addirittura prima della partenza, di trovare a destinazione una buona pizzeria. O magari una trattoria napoletana. Difficilmente resta deluso perché, diciamoci la verità, se in una cosa noi italiani siamo davvero bravi quella è proprio l’esportazione della nostra cucina all’estero. Oggi quindi parliamo di cibo. Ma di quello che non fa di mozzarella e basilico gli ingredienti principali.

In principio fu il Vietnam. Mio padre ha sempre guardato dall’alto in basso la categoria di cui sopra: lui è un sostenitore convinto del paese che vai, cibo che trovi. E, conseguentemente, dell’obbligo per un viaggiatore che meriti questo nome di testare tutte le prelibatezze del luogo. La prima sera che la famiglia mi ha raggiunto ad Hanoi – cadeva l’anno 2006 ed era curiosamente la notte di Natale – li ho tutti portati in uno dei miei ristoranti viet preferiti, con cibo rigorosamente locale gustato tra tavolini rasoterra e cuscini di seta. Sapevo che il mio babbo si sarebbe sbizarrito e infatti, di fronte a un cameriere che già sorrideva scettico pregustando il finale di questa scena, papà ha ordinato una pioggia di prodotti certamente tipici, ma difficilmente commestibili per noi palati occidentali: cavallette fritte, zampe di rana, scarafaggi alla griglia e larve di verme. Inutile dire che la cena si è conclusa col dividere in sei il sobrio piatto di tofu e pomodori che avevo diligentemente ordinato io. Sempre in Vietnam, un’usanza locale prevede la preparazione di serpente, per lui, e tartaruga, per lei, per facilitare l’amplesso erotico. Non essendo i miei appetiti, nè quelli gastronomici nè quelli sessuali, particolarmente accesi in quel periodo, non ho mai testato né l’uno né l’altra, ma racconti di prima mano hanno testimoniato che il cuore del serpente non è molto differente da un banale uovo à la coque.

Per restare in tema di rettili, in Madagascar la leccornia locale era il coccodrillo. Per averlo provato personalmente, in versione involtino, posso affermare senza rimorso che se un giorno doveste trovarvelo nel piatto a vostra insaputa non lo riconoscerete immediatamente. Il gusto è una miscela umida di pollo fritto e pesce bollito. Senza infamia e senza lode. Se potete, comunque, evitateli, che si stanno pure estinguendo.

Quanto al contesto attuale, il battesimo del cibo alternativo si è celebrato solo qualche giorno dopo il mio arrivo. Una collega molto giudiziosa ha infatti voluto condividere con me le squisitezze locali. In Asia, si sa, rifiutare è scortesia, rifiutare il cibo ai limiti dell’affronto. Per cui, quando sulla tavola sono arrivati il piatto di manzo alle formiche rosse e di larve di ape, ho dovuto sorridere e ingoiare. Per essere chiari, le formiche sono vive e ti corrono su per il palato per diversi secondi prima di spirare giù per il tuo esofago. Le api sono servite come in un’omelette e tu potresti non renderti conto di cosa stai esattamente mangiando fino a quando la pellicola croccante non ti si sfalda in bocca e un liquido ghiacciato e denso, un po’ appiccicaticcio,  non si spalma sulla tua lingua che urla pietà.

Buon appetito a tutti.

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