Circolare, gente, circolare.

La pioggia che batte sui pergolati, il soffio umido dei monsoni, i monaci avvolti nelle loro vesti arancio che mi ricordano i frutti succosi della mia terra…Tutto ciò è certamente molto lirico e si presta bene alla metaletteratura, che è alla base di questo blog, ma stasera vorrei parlarvi di qualcosa di meno poetico. La piaga infetta e purulenta che giace sulla mia gamba sinistra da oltre dieci giorni. Pregasi lettori impressionabili o facili ala nausea astenersi dalla lettura.

Una regola accomuna tutti gli appartenenti a questa categoria di cui, mio malgrado, faccio a quanto pare parte (fatta eccezione per lo stipendio), i cosiddetti expat. Attenzione, qui non parliamo di expat qualunque, ma di un insieme ancora più ristretto: gli expat in Asia. Tale regola è tanto semplice da enunciarsi quanto rapida ad essere testata sulla propria pelle (e no, non si tratta di un eufemismo): non puoi dire di aver vissuto veramente l’Asia fino a quando non ne porti il marchio. Di quale marchio sto parlando? Ci arrivo. C’è chi crede che l’incontro con questo continente significhi per il viaggiatore di turno la riscoperta della spiritualità. Una liberatoria riconciliazione con la natura. L’apprendere la bellezza dei gesti lenti. La pazienza. La rivelazione di una vita senza stress. Il privilegio del concedersi, sempre, in qualsiasi situazione, la più disparata, la più disperata, un sorriso enigmatico.  Ebbene… sono tutte stronzate. Perché quando la mattina ti svegli, prendi il tuo motorino e ti getti nella mischia di auto – rigorosamente 4×4 eh! – tuk tuk, altri motorini, motorini che trasportano motorini, camionette, venditori di banane fritte ambulanti che ambulano in motorino (ci eravate arrivati da soli scommetto)… spiritualità, riconciliazione e sorrisi enigmatici vanno un po’ a farsi fottere. La strada è una giungla. E vige la legge del più forte. Spesso del più cattivo. Uno sguardo deciso, di uno che non si ferma al primo ostacolo sulla sua via, è più utile che cento lezioni di scuola-guida. Il gioco della strada è per i soli duri. Non lo si vince rispettando le regole disciplinatamente, ma con la prepotenza delle due ruote. Io per esempio, mentre sono ancora nel mio garage, inserisco la marcia, la prima, e faccio un profondo respiro. Rivedo mentalmente le regole da non dimenticare per sopravvivere alla strada. Non girare in una traversa seguendo un angolo retto, piuttosto iniziare l’attraversamento diagonale della corsia almeno 100 metri avanti e tagliare la strada a tutti quelli che vanno nella direzione opposta alla tua. Non rispettare diligentemente i codici cromatici dei semafori  -universalmente riconosciuti in tutto il mondo, credevo –  ma osservare il conto alla rovescia che prelude al verde e sgommare al meno 4 secondi. Sono quattro secondi in meno che passi sulla strada. Ricordarsi in questo caso che anche quelli che arrivano da destra o da sinistra hanno lo stesso obiettivo e non si faranno intimidire dal loro giallo scarsamente persuasivo. Quel separa-corsie rosso e nero alto circa 50 cm non deve scoraggiarti: se devi fare inversione a U, e il tuo mezzo di trasporto è abbastanza leggero da consentirlo, puoi scavalcare qui. Devi andare a sinistra, ma quell’odioso muretto rosso e nero di prima ti impedisce di immetterti nella tua corsia? La guida contromano è una soluzione rapida e efficace. Ma le regole sono troppe e io finisco per fare tardi a lavoro. Mi lancio nella mischia. Pregando di essere anche oggi la più agile, la più veloce nei riflessi, la più attenta .

Viste queste premesse, capirete che quando in un altro paese non molto distante da qui, qualche anno fa, ebbi il mio primo e unico incidente e ho fritto la mia gamba sull’altro scooter ad un incrocio, ero assai fiera di me. Fiera di essermi guadagnata la mia cicatrice da marmitta in un duello onesto, alla pari, dignitoso. Il marchio. Non ho potuto godere dello stesso onore pochi giorni fa quando, semplicemente parcheggiando, mi sono inavvertitamente appoggiata sulla marmitta ancora calda della moto accanto. Che umiliazione. Che sconto ancora oggi con una ferita che non guarisce. Rimpiango i dieci chili di medicinali, tra cui creme  e cremine varie anti-scottatura, gentilmente fornitimi dal mio babbo e altrettanto gentilmente da me snobbati prima della partenza. Vado in Asia, mica in guerra, cosa vuoi che mi succeda?

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