Arancioni

Questa mattina, intorno alle otto, malgrado i miei buoni propositi, avevo già voglia di gustare la prima sigaretta. Contrariamente alla mia regola di base, mai, mai fumare prima delle dieci, che altrimenti diventano troppe le bionde nella stessa giornata. Ma il lunedì, è cosa nota, è il giorno migliore per trasgredire alle regole. O per darsene delle nuove… da lunedì mi metto a dieta, da lunedì basta cannoli, arancini, pasta cche sadde, caponatine, parmigiane, alive, cassatine, da lunedì, no questa volta lo faccio, vado in quella palestra dove tutti indossano completi da sport alla moda e nessuno suda, no, che volgarità, al massimo sgocciolano acqua di rose, da lunedì smetto di guardare il TG5 e di leggere la Repubblica, che tanto il giornalismo d’inchiesta non esiste più, da lunedì…

Questo, insomma, non era uno di quei lunedì in cui si smette di fare qualcosa, piuttosto uno di quelli in cui le solite abitudini, anche quelle malsane, assumono una rassicurante funzione consolatoria. Così mi gustavo la mia marlboro, poco distante dall’ufficio (e rigorosamente fuori dal cancello, che ho già spiegato una volta che non si fuma nel perimetro della scuola). E mentre riflettevo al programma della giornata, ho notato nella casa di fronte una certa agitazione. Tre donne se ne stavano sedute in pigiama – il piagiama, anche di giorno, va per la maggiore da queste parti – masticando uvetta sulla soglia di casa, quando all’improvviso arriva lui. Non cammina, avanza dondolando piuttosto. Ma con fermezza. La tunica, che scende fino ai piedi – robusta, pesante – nasconde il suo incedere sicuro. Gli occhi socchiusi si proteggono dal riverbero del sole sulla strada lucida dietro un ombrello giallo. Ha il capo rasato e le mani adagiate con compostezza sul ventre. Lo seguo con lo sguardo, mi passa davanti senza accorgersi della mia presenza, ogni suo gesto è misurato, ma non artificioso. Nella mia mente, sarà l’arsura e questo asfalto che si liquefa, si materializza l’immagine di un vecchio spaghetti western. L’uomo si ferma di fronte alla casa, china lentamente la testa. Aspetta. Di fronte le donne urlettano di piacere, si alzano, si rassettano i pigiami, abbandonano le scarpe in un angolo del cortile. Una di loro corre in casa, ritorna con dei biglietti da mille tra le mani. Li distribuisce alle sue compagne e tutte e tre si allineano in una fila fattasi improvvisamente dignitosa. È il duello che si prepara, continuo nella mia testa. Ma l’uomo congiunge le mani, si sporge in avanti, prende il respiro e… inizia la preghiera. Una cantilena sinuosa senza esitazione alcuna. Lui canta e loro avvicinano le mani alla fronte, due o tre volte. Accolgono la benedizione. Trascorrono pochi secondi e le donne, con gesto discreto, depositano il loro denaro in una sacca color pesca emersa con altrettanta discrezione da sotto la veste di lui. Un inchino. Tre inchini. Lui si allontana, loro ritornano placidamente all’uvetta e alle loro chiacchere di madri di famiglia.

Dopo averla spesso solo scorta da lontano, ho assistito alla mia prima questua di un monaco buddista. Trascrivo da qualche parte su un post-it nella mia testa: da lunedì, osservare meglio ciò che mi circonda.

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