La nuova casa (segue da L’albergo è bene, ma una casa è meglio)

Questa è la storia che dovevo raccontarvi domenica, prima che mi perdessi nei meandri del ricordo, tra prostitute e vini sudafricani, tra gatti blu e viaggiatori.

Pensino ora i miei venticinque lettori alla risoluzione con la quale, alla fine del nostro ultimo incontro, avevo stabilito nuove regole per il nuovo paese. Nessuna clausura forzata per interminabili settimane in un hotel, piuttosto un’immersione immediata nella vita locale. Certo, all’epoca,  e subito dopo il mio rientro in Italia, i miei piani erano un po’ diversi, e partire tanto in fretta verso nuovi lidi era un’idea che non solo non avevo preso in considerazione, ma che in un certo senso rigettavo. Il piacere della scoperta è a tratti effimero, quello di sedere in un bar con gli amici di sempre assai tangibile. Restare in Italia, mai. Ma avvicinarsi un poco, perché no. I mesi estivi, professionalmente parlando, non devono offrire molteplici opportunità, mi dicevo: inutile affannarsi. Impermeabile alle preoccupazioni genitoriali – soprattutto paterne – relative ai miei piani per il futuro, conservavo un’imperturbabile fiducia nelle mie chance di trovare un lavoro. E, questa volta, non in cerca di prestigio, quanto piuttosto di un impegno concreto. Imparare e essere utile. Questo, semplicemente, volevo.

La tensione delle prime settimane milanesi, ore ed ore trascorse su internet in cerca di un’offerta degna di nota,  si è smorzata non appena ho messo piede nella mia Sicilia. Nei luoghi che da anni significavano per me vacanze, mi sono soffermata con placida condiscendenza ad apprezzare le cose semplici: gli anellini alla parmigiana di mia nonna e il fruscio sommesso dei pini del mio giardino. Gli unici lidi che mi interessavano, insomma, erano quelli della spiaggia sotto casa. Poi, un’occasione in effetti si è presentata. Improvvisa. Intrigante. Sconcertante. Il lavoro si prospettava interessante, la proposta economica meno. Ma il paese era in cima alla lista che io e Paul avevamo compilato giudiziosamente durante gli svogliati mesi malgasci. Sognavamo di Asia, e di sud-est asiatico soprattutto. Ornavamo il desiderio di riflessioni concrete: trovare una destinazione dove entrambi potessimo combinare opportune scelte professionali a una dignitosa vita sociale e, suvvia, magari anche un po’ mondana. Così, caso unico nella mia vita, ho permesso alla logica di prevalere sull’istinto. L’idea di questa partenza non si è materializzata come un dato certo e imprescindibile nella mia testa. Ovviamente la notizia che il lavoro era mio l’ho accolta con gioia. Quando l’ho saputo, peraltro, mi trovavo in una delle mie località preferite, Noto, dove iniziavo Paul al rituale della granita ai gelsi con brioche. Durante la nostra visita pomeridiana alla capitale del barocco siculo, avevo come un prurito. Un pizzicolìo brioso, preludio del risultato positivo dei tre interminabili colloqui che avevo sostenuto nei giorni addietro. Impossibile restare sorda a una simile sensazione: ho consultato la mia posta elettronica dal mio cellulare. E ho saputo. E ho, appunto, gioito. Ma accettare? Partire, e per di più nel giro di dieci giorni? Ero ben lontana dalla certezza lucida che aveva caratterizzato la maggior parte delle mie scelte fino ad allora.

Oggi mi sembra una delle migliori decisioni che abbia mai preso.

Perciò, il martedì successivo, alle quattro del mattino, è iniziata la mia lunga trasferta. Siracusa, Catania, Milano…alle dieci dello stesso giorno avevo già percorso oltre 1600 KM…circa un decimo di quanto ancora mi restava. Il primo giorno, dopo circa 30 ore di viaggio, ero l’ombra di me stessa. Una collega è venuta a cercarmi in aeroporto e, senza troppi riguardi al mio stato comatoso, mi ha sganciato in ufficio dove ho trascorso la mattinata a incontrare tutti i membri dello staff (e sono circa 50) e a cercare di interpretare quello che ognuno mi spiegava sulla propria attività professionale. In un inglese fluente, ma non per questo meno incomprensibile (ancora un problema di fonetica). Nel primo pomeriggio sono fuggita in hotel, con in tasca un numero di telefono fornitomi da una delle colleghe. Una sua amica stava per lasciare in tutta fretta il paese e il suo appartamento era disponibile da subito. Gli occhi mi si chiudevano da soli, ma ero ben decisa a eliminare tutte le tracce del fuso orario dal mio corpo il prima possibile. Stoicamente ho composto il numero e pochi minuti dopo la suddetta amica bussava alla mia porta. Una francese, tanto per cambiare. Ma molto gentile. Per cambiare. Sorride, si vede che ha fretta, sono i suoi ultimi giorni prima di partire per l’India e ha ancora un sacco di cose da fare, mi spiega mentre scendiamo le scale per raggiungere il suo tassista di fiducia. E qui una digressione è d’obbligo. I taxi, come li intendiamo noi, esistono anche da queste parti. Normali macchine gialle che chiedono per una corsa la stessa cifra con la quale ti potresti pagare almeno cinque cene al ristorante e che nessuno prende. Ciò non vuol dire che le alternative nei trasporti manchino. Al contrario, ne esistono almeno due che hanno il vantaggio di costare poco ed essere veloci. Prima di tutto, un grande classico asiatico: il tuk tuk. In secondo luogo, il motodop. E qui si svelano dettagli interessanti rispetto all’identificazione del paese in cui mi trovo. Si tratta semplicemente di un gentile autoctono che ha fatto del suo scooter un mestiere. Non sempre il loro inglese è perfetto, malgrado l’affluenza di turisti in questa città sia notevole, ma non hai mai bisogno di cercarne uno. Sono sempre loro a trovarti. Però la mappa della città puoi anche lasciarla a casa, che tanto nessuno dei motodop sa leggerla. Impara piuttosto i nomi delle grandi arterie e dei monumenti vicini a casa tua e in qualche modo a destinazione ci arrivi. È appunto un motodop quello che sta aspettando me e A., ex proprietaria del mio attuale appartamento. Rimango un po’ interdetta, non saliremo mica sullo scooter in tre? Invece sì. Non dovrei scompormi, la mia precedente esperienza asiatica in un paese confinante con questo mi aveva ampiamente insegnato che non ci sono limiti alle possibili infrazioni del codice stradale (di questo vi parlerò del resto nei prossimi giorni).

Pochi chilometri e molta acqua dentro le scarpe dopo, varcavo la soglia dell’appartamento. Novanta metri quadri. Qualche mobile in bambù. Una vecchia televisione grigia dallo schermo sufficientemente grande abbandonata per terra. Il cavo bianco che agonizza tendendosi verso la presa vuota. Due camere da letto, un ampio salone. Nell’aria aleggia lo spettro della vita che è stata vissuta qui, da A. e dal suo compagno, fino a pochi giorni fa e di cui ora non rimane traccia. Nonostante i pochi mobili sparsi qua e là, tutto trasuda un terribile senso di vuoto. E poi le tende. In broccato. Dorate. Fiorite. Agghiaccianti. Penso con gioia che uno dei mercati di tessuti più famosi della città è a pochi metri da distanza. E so che queste tende saranno le prime a sloggiare. Insieme ai lampadari a forma di corolla (ancora fiori, ebbene sì) di un arancio tenuo che occupano con fierezza tutti i muri della casa. Non posso dire lo stesso dei capitelli, floreali ovviamente, mollemente adagiati sul soffitto. Quelli me li devo tenere. Lo sguardo alla cucina è quello decisivo: quadrati in stile pop, tendenti allo psichedelico sparsi dovunque. Nulla a che vedere con il resto, e, per questo, più vicino al mio gusto. Insomma, lo vedo: l’appartamento ha un potenziale. Ma bisogna ammettere che tra noi non è stato un colpo di fulmine. Piuttosto, come avviene in molte storie d’amore, una questione di pigrizia. Forse non ci siamo amati da subito, ma stiamo imparando ad apprezzarci col tempo.

La sera ricevo un sms: A. mi comunica di essere felice che sia io a prendere l’appartamento e si dice convinta che ci trascorrerò dei piacevoli momenti. A poche settimane da quel giorno, ne sono convinta anche io. Anche se non ho ancora cambiato le tende.

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