L’albergo è bene, ma una casa è meglio

Bisogna ammettere che dei fasti abitativi cui, controvoglia, mi ero abituata in Madagascar (piscina, campo da tennis e una superficie talmente vasta che avevamo utilizzato una stanza intera solo come deposito per il legno del camino) nel mio odierno appartamento praticamente non resta traccia. Dal mio trasferimento in città all’arrivo di Paul dovevano trascorrere due mesi. Ero perciò ben decisa a trovarmi una sistemazione accogliente e definitiva prima del suo arrivo, sapendo che avrei dovuto poi scontrarmi con la sua intransigenza e le sue possibilità economiche nettamente superiori alle mie. Quando, oltre un anno e mezzo fa, giunsi nella Terra rossa, ho trascorso più di due settimane in un hotel, il SakaManga, gatto blu. Non sono mai riuscita a coglierne le ragioni, durante l’intera durata del mio soggiorno malgascio, ma gli abitanti di quel paese devono nutrire un’inspiegabile passione per questo colore, il blu. Hotel blu, ristoranti blu, zone rocciose che di blu hanno ben poco eppure blu vengono definite, interi villaggi e persino chiese blu. Nessuna declinazione di colore. Nessun turchese, azzurro, aquamarina, celeste, ceruleo, cobalto o pervinca. Solo l’essenziale blu. Due settimane in hotel, dicevo… in una camera dotata di tutti i comfort: l’aria condizionata, il wi-fi, un’ampia doccia in pietra ricoperta da un elegante mosaico – blu, naturalmente – e la televisione che trasmetteva solo canali porno e film gasy. Non l’ho guardata molto, anche perché il SakaManga offriva un innegabile vantaggio: collocato nel cuore del centro storico della città, piacevolmente decorato, ma assolutamente accessibile a tutte le tasche, ospitava viaggiatori di ogni sorta con cui era naturale scambiare qualche parola incontrandosi nel giardino del bar. Lavoratori europei di passaggio, quasi sempre uomini, venuti per compiere missioni di poche settimane e pronti, lontani dalle loro famiglie e dalle loro mogli, a non lasciarsi sfuggire nessuno dei piaceri che la città poteva offrire. Diletto perverso felicemente coniugato al dovere professionale. E poi i turisti: per lo più coppie o gruppi di ragazzi, giovani e giovanissimi, talmente imbevuti di cultura europea che era impensabile per loro trascorrere diverse settimane in un paese senza averne prima visitato la capitale. Tana, centro politico, sociale, culturale e oserei dire economico, persino in una realtà come quella in cui l’economia (ma anche la politica e la cultura) stanno colando a picco. Puntualmente, quasi tutti, ne restavano delusi. Non è rimasta traccia, a Tana, della cultura Merina – i sovrani che unirono il paese nella prima metà dell’Ottocento – spazzata via dalla possente macchina colonizzatrice francese. E anche di questo passaggio, durato circa settant’anni, oggi non rimangono che delle scarne vestigia. Nessun rilevante elemento architettonico nell’edificio del comune recentemente ristrutturato per volere dell’ex sindaco, e attuale capo di governo, l’ex dj – sì avete letto bene, dj, l’Italia non è l’unico paese ad avere i suoi clown – Rajoelina. Solo una fontana di luci colorate che piace molto agli autoctoni e che mi sembra il simbolo emblematico dell’odierna politica malgascia: vacua e un tantino kitsch. Gli incontri comunque, come accennavo, al Saka non mancavano. Le prime che mi hanno notata seduta al bar con un libro e che mi hanno invitata al loro tavolo sono state due malgasce che avranno avuto i miei anni o poco più. Una portava trecce africane nere e bionde lunghe fino al sedere, aveva un piercing sul labbro e un abbigliamento alquanto succinto, il tutto sottolineato da lunghe, lunghissime unghie smaltate di rosso con le quali non smetteva di trastullarsi le labbra. Malgrado la sua immagine aggressiva, questa ragazza, di cui oggi ho scordato il nome, non parlava molto, troppo occupata a bere avidamente ogni singola parola della sua compagna, L.. L., il giorno del nostro primo incontro, era vestita più sobriamente, gustava con lentezza un gelato alla vaniglia e aveva tutta l’aria di essere malaticcia. Idea peraltro confermata dalla presenza di un cerotto sul suo braccio sinistro e da qualche medicinale sparso sul tavolo. Nel giro di pochi minuti scoprii che effettivamente aveva la malaria. Un campanello d’allarme scattò istintivamente nella mia testa, era saggio starmene tranquillamente seduta a fianco di una portatrice di malaria proprio a pochi giorni del mio arrivo quando certamente le mie difese immunitarie erano tutt’altro che preparate a un eventuale attacco di quella malattia? Ci misi qualche minuto prima di realizzare che la malaria non si trasmette tra esseri umani, ma solo attraverso il sangue, perciò spesso attraverso le punture di insetto. Cosparsami quindi di repellente, mantenendo un sorriso impassibile e un’invidiabile nonchalance, mi tranquillizzai. L. sembrò interessarsi molto al fatto che stavo cercando un appartamento e subito si mise in contatto con W., un suo amico proprietario di un’agenzia immobiliare, che doveva raggiungerci poco dopo. Mentre aspettavamo W., L. mi raccontava un po’ della sua vita. Di sua figlia, avuta circa 12 anni prima da un francese e che le era stata portata via. Di quando, durante gli scontri armati del 2009, lei era in piazza a manifestare. Si ricordava lucidamente dei proiettili che sfrecciavano sulla folla e di aver visto un ragazzino di vent’anni accasciarsi al suolo accanto a lei. Mi piaceva ascoltarla parlare, nel suo francese corretto imbellito da una cadenza africana, erano quelle per me le prime scoperte di un mondo in cui avrei dovuto trascorrere un anno intero della mia vita e, proprio come la sua amica, anche io ero affascinata dalle sue storie. Non ci misi molto a capire che L. e anche l’altra di mestiere facevano le prostitute e, invece di sentirmene turbata, come forse mi sarebbe accaduto se questa conversazione si fosse verificata altrove, trovai naturale il parlare con loro. Sono le persone come loro, mi dicevo, le sole a poter dipingere dei quadri sinceri del paese. Malgrado questa convinzione si fosse perciò rapidamente radicata in me, la necessità di interagire, e il più rapidamente possibile, con la popolazione locale, non ero indifferente al fascino di certi occidentali che bazzicavano nell’hotel. Due francesi in particolare, venuti in Madagascar per conto di un’importante emissione televisiva per realizzare un documentario e che ci offrirono la cena, a me e a L., durante la settimana che rimasero a Tana. Erano trascorsi diversi anni dal mio ultimo lungo soggiorno all’estero, così come dall’ultimo viaggio al di fuori dei confini europei. Avevo perciò perduto l’abitudine di ascoltare chi del viaggio ne aveva fatto un mestiere o una filosofia di vita. Ero entusiasta, sentivo improvvisamente tutte le paure che avevo nutrito prima della partenza dissolversi. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentivo circondata dai miei simili. A differenza della maggior parte dei miei amici, queste persone non solo non trovavano strano che io avessi deciso di lasciare un buon lavoro e un buon ragazzo in Italia per andare dall’altra parte del mondo, ma anzi mi approvavano. Nello stesso periodo, incontrai un’altra figura affascinante, un fotografo di fama internazionale, anche lui in Madagascar per lavoro. Personalmente, non mi sono mai interessata di fotografia, per cui il suo nome in prima battuta non mi disse nulla. Ma quando nominò la rivista di viaggi per la quale lavorava capii di essere al cospetto di uno che veniva direttamente dall’Olimpo dei fotografi. Con lui, L. e i due francesi trascorrevamo lunghe serate discutendo a lungo dell’attuale situazione politica malgascia. Loro sorseggiando un vino rosso del Sudafrica che sembrava accettabile per gli standard francesi, io per lo più andando avanti a coca cola, per non apparire più stordita di quanto già non fossi: a causa di quelle interminabili conversazioni in una lingua che non era la mia e che per tanto tempo non avevo praticato, ma anche perché ero a digiuno di nozioni sulla recente storia politica del paese. Difendevo l’azione delle Nazioni Unite dallo scetticismo del fotografo con scarsa convinzione. Ne sapevo ancora troppo poco per poter argomentare efficacemente. Pochi mesi dopo, comunque, io stessa avrei assunto un atteggiamento alquanto feroce nei confronti dell’ONU. Tutto intorno all’hotel, a partire dalle diciotto sembrava non ci fosse più vita. Passavamo quindi le nostre serate rinchiusi al Saka. Una sera ci prese la voglia di uscire e ci avventurammo fino a un bar poco lontano, unico pannello illuminato nel giro di kilometri. Ci restammo giusto il tempo di una birra, alquanto indispettiti dalla clientela composta per lo più da uomini grassi e anzianotti in compagnia di provocanti signorine malgasce. In quello stesso bar, molti mesi dopo, ci sarei tornata quasi tutti i giovedì sera, quando il mojito era in promozione e io cercavo di annegarci dentro, con ostinazione, le mie sofferenze amorose. Intanto i giorni passavano e venne il momento per tutti di partire. L’ultima sera il fotografo, che poteva essere mio padre, anzi mio nonno, mi fece delle avances cordiali che respinsi con imbarazzo e senza la fermezza di cui avrei voluto dar prova, tanto mi prese alla sprovvista. Separarmi dai due francesi fu quasi doloroso: erano la cosa più simile a degli amici che mi ero fatta da quando avevo messo piede nel paese. L’hotel mi sembrava vuoto, dopo il lavoro ci rientravo di malavoglia. All’epoca non sapevo che anche di sera Tana offriva qualche distrazione. Io in ogni caso non avevo il coraggio di avventurarmi da sola nei vicoli bui intorno all’hotel. Tornai alle mie cene solitarie. Decisi che era tempo di cominciare a vivere una vita normale e di cercare seriamente un appartamento. Così feci e dopo pochi giorni, grazie ai contatti di una collega, ero nella mia nuova abitazione che, così credevo all’epoca, sarebbe rimasta la stessa durante il mio periodo malgascio. Capii allora di essere sostanzialmente rinchiusa in una bolla per ben due settimane e mi ripromisi che, alla prossima missione all’estero, installarsi in una vera casa sarebbe stata la mia priorità. Fedele a quella promessa, è ciò che ho fatto arrivando qui. Il primo giorno, un record. Ma ho divagato troppo e questo post è già troppo lungo, perciò questa storia ve la racconto un’altra volta.

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