Quando il lavoro non è solo un lavoro.

Come accade spesso, nonostante lo osservi attentamente non sono in grado di definirne l’età. Giovane, certamente, e, probabilmente, non più di diciotto, diciannove anni. Come la maggior parte dei nostri studenti. É esile, ma non gracile e quando lo vedo avanzare verso di noi, ne riconosco il profilo. I capelli scuri tagliati corti, ma con un ricciolo sulla guancia sinistra, un sorriso bianco, bianchissimo che, da quel volto, sembra non andarsene mai. Il naso aquilino, talmente raro da queste parti da diventare un segno distintivo. E poi gli occhi castani, a mandorla, così a mandorla che mi si insinua nella testa – inaspettatamente – una strana associazione: di granite, e di mennule amare. Io e G. stiamo consumando senza fretta le nostre sigarette, una breve pausa prima di tornare alle scrivanie, rigorosamente al di là del grande cancello di ferro battuto che delinea la soglia del nostro istituto. Io, fedele alle Marlboro Light (ma oggi si chiamano Gold) da oltre dieci anni. Lui, belga, solo per il loro nome ha ceduto al fascino delle Alain Delon. Così si chiamano, queste sigarette dal filtro bianco conservate in uno scatolino rosso scarlatto con una scritta dorata, e la cosa fa molto divertire quasi tutti i francesi che abitano da queste parti. E anche me. Il ragazzo si avvicina, una sua compagna di corso lo segue a poca distanza, ma rimane timida in disparte. Lui si presenta. Ma non comprendiamo subito il suo nome. Alfabeto diverso, diversa fonetica… spesso anche un’operazione elementare come fare conoscenza richiede qualche minuto. Nessuno si scompone, siamo abituati a questo balletto iniziale…noi non capiamo come si chiama, lui fatica a pronunciare i nostri di nomi. I badges che siamo tutti obbligati a portare all’interno dell’edificio ci facilitano molto le cose. Savy Y. Fa parte del gruppo di giovani che restano al centro per una formazione di solo sei mesi. Per diventare informatici e provare, attraverso un titolo di studio, a cambiare la vita che sembra essere stata loro destinata. Incontro questi ragazzi tutti i giorni, ci scambio qualche parola, sempre mi stupisce la loro cordialità e deferenza. Non credo si rendano conto della macchina che è una ONG, né tantomeno che il concetto di responsabile della comunicazione, quello che faccio io, abbia un qualunque significato per loro. Siamo una scuola. É tutto ciò che gli interessa. E, di conseguenza, tutti noi, i bianchi, i barang, come ci chiamano qui, i volontari, come con fierezza amiamo definirci noi stessi, ai loro occhi meritiamo tutti un’unica definizione: teacher. Fino ad oggi non avevo avuto alcuna occasione di parlare con uno di loro in tête à tête. Perciò sono visibilmente imbarazzata e, anche se sorrido, non so davvero come animare la conversazione. G., per fortuna, sa cosa fare. Antropologo e pedagogo, e chissà quanti altri titoli ancora, ci mancherebbe che non fosse in grado di gestire due chiacchiere con uno studente. Sfoderando un inglese sicuro e privo di accento, risponde a tutti gli interrogativi di Savy Y. Che ha un solo desiderio in fondo: chiederci se di tanto in tanto può fare due chiacchiere con noi per lavorare sul suo inglese. Con chiarezza emerge il suo timore di darci noia, di sottrarre tempo prezioso alle nostre attività quotidiane, a quel lavoro che sembra assorbirci completamente. Anche quando non ce ne rendiamo conto, i ragazzi ci osservano. G. lo rassicura: il nostro lavoro, prima di tutto, è dedicare a lui e ai suoi compagni il nostro tempo. Savy Y è talmente contento della risposta da essere commovente. Intanto la ragazzetta timida, incoraggiata dall’atteggiamento aperto e amichevole di G., si avvicina anche lei verso di noi. E, con un’espressione un po’ disgustata, lancia verso di me il suo dardo: “Teacher, perché fumi?”. Negli anni Settanta in Europa fumare era divenuto – scioccamente, certo – uno dei simboli dell’emancipazione femminile. Al giorno d’oggi, in questo paese, una donna che fuma è quasi sempre considerata una prostituta. Bell’esempio che do a questi ragazzi. Forse è la volta buona che smetto. 

Qualche ora dopo, nel pomeriggio ricevo una mail da un indirizzo sconosciuto. È Savy Y. Mi parla di sé, delle sue paure per il futuro perché la sua famiglia non potrà fargli continuare gli studi, di quanto sia riconoscente di poter sfruttare questo periodo al centro per perfezionare il suo inglese…sa che dettagli come questo potranno fare la differenza per lui. Così è cominciata la nostra corrispondenza quotidiana. A poco più di un mese dal mio arrivo, mi sento finalmente parte di qualcosa di importante.

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