Flashback Mada

7 Aprile 2011.

Sono le sei. Cerco a tentoni il mio cellulare che, all’occorrenza, funge anche da sveglia. Guardo l’ora, mi rigiro nelle coperte, stendo i muscoli delle gambe e mi riaddormento. Ancora dieci minuti. Poi realizzo. Apro gli occhi. Sono quelli di sempre gli oggetti rassicuranti che vedo ogni mattino di fronte a me e che, nell’attimo confuso tra il risveglio e la veglia, mi permettono di realizzare coscientemente che sono “a casa”: una lampada arancione che ho acquistato presso una cooperativa di artisti malgasci, uno specchio rosso, grande abbastanza perché la mia figura ci si rifletta per intero, un baule in legno di palissandro che nei mesi é rimasto sempre vuoto, un portafotografie in rafia giallo. Nella foto all’interno, io, Giulia, Elena e Anna al matrimonio di quest’ultima. Quel giorno, quasi un anno fa ormai, eravamo raggianti, noi tre coi nostri abitini leggeri color pastello e i tacchi alti, Anna, il viso come di porcellana, nel suo vestito bianco che per mesi, prima delle nozze, avevamo cercato insieme. Beh, io a questa ricerca avevo in realtà contribuito soprattutto a distanza. Una sposa degna del candore della sua veste. Un’immagine di serenità, prima che la mia vita prendesse una direzione inaspettata, forse non del tutto imprevedibile. E’ per questa serenità che ho scelto di mettere quella foto lì dove posso vederla sempre quando mi sveglio. E per non dimenticare le cose importanti che non fanno parte della mia vita qui, ma che sono parte di me. Con la mente ancora a metà immersa nel sonno, sorrido pensando che oggi si inaugura un’ultima fase del mio “periodo malgascio” e che questo significa per me, tante tantissime cose. Tra le altre, che ritroverò a breve le mie amiche. Ma guardo l’orologio, sono già in ritardo e non ho tempo, oggi, per riflessioni nostalgiche. Paul dorme al mio fianco e, come ogni mattina, il suono della sveglia non ha scomposto il suo sonno tranquillo. Lo scuoto. Nessuna reazione. Allora gli tiro un po’ i capelli, giusto all’angolo dell’orecchio: so che gli dà fastidio, é particolarmente suscettibile il mattino presto, e infatti mi guadagno un brontolio scocciato. Approfitto del suo occhio sinistro semi-aperto per ricordargli, nel tono più soave di cui sono capace a quest’ora del mattino, che ha promesso di accompagnarmi a prendere l’autobus. Un taxi-brousse piuttosto. Sbuffa. Ma sa che non lo lascerò in pace fino a quando non scenderà dal letto, quindi, in uno sforzo di buona volontà, e non senza qualche ulteriore rimostranza, si tira su. Mi sorride, mi bacia sulla guancia, si alza. Si trascina fino alle scale con aria afflitta e scende al piano di sotto. Nella casa in cui vivo oggi ci sono due piani. Quando, oltre un anno fa, mi sono trasferita in Madagascar, la scelta della mia prima abitazione é stata semplice: un appartamentino in centro, non troppo distante dal lavoro – che qui il traffico può raggiungere proporzioni francamente irritanti – con una camera da letto accogliente, un ampio salone, un bel camino per supplire all’assenza del riscaldamento in inverno e due coinquilini dall’aria simpatica. Il tutto per una cifra che oltrepassava di poco un decimo del mio stipendio. Ragionevole, in un paese in cui tutto costa poco e farsi sedurre dal lusso facile é una tentazione sempre in agguato. Vivere in una villa di circa 250 mq, in una residenza un po’ fuori città abitata integralmente, o quasi, da “bianchi”, non faceva affatto parte dei miei piani. Evitare qualsiasi atteggiamento o abitudine che potesse ricondurre a sgradevoli forme di neocolonialismo costituiva per me una regola inderogabile. Ma quindici mesi sono lunghi e fuorvianti in un paese contraddittorio come questo e dopo un po’, forse vigliaccamente, la lista delle mie priorità é cambiata. Per il gusto della comodità. Per pigrizia, in parte. Per compensazione anche, molto probabilmente, di quanto lasciato in Italia e di cui ho sofferto, a tratti, la mancanza. E poi, ovviamente, perché le cose tra me e Paul si sono evolute tanto rapidamente che, quasi senza averlo programmato, ci siamo ritrovati a vivere insieme. Questa quindi é prima di tutto casa sua. Con il briciolo di fedeltà ai miei valori che ancora mi resta, ci tengo a sottolineare che io non l’ho scelta, ci sono piuttosto finita facendomi trasportare dalla deriva degli eventi che si sono succeduti, precipitosamente, negli ultimi mesi. La caffettiera emette un fischio. Il che significa che mi resta ancora una mezz’ora abbondante prima che Paul sia pronto per andare, dopo aver bevuto il suo caffé, fatto una doccia e fumato la prima sigaretta del mattino. Ho tutto il tempo che mi serve, sono molto più veloce di lui quando si tratta di rendersi presentabili prima di uscire. Do uno sguardo distratto al mio zaino accasciato sul pavimento da ieri sera per verificare che mutande, costume e vestiti siano al loro posto. Molto più attentamente invece rivedo la lista sul mio quadernetto per assicurarmi di aver preso le cose davvero fondamentali: una sorta di kit di sopravvivenza e di intrattenimento di cui non posso fare a meno prima di partire per un lungo viaggio. I soldi, il passaporto, il repellente antizanzare (va bene che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il paese sarà malaria-free tra una quindicina di anni, ma nell’attesa é meglio non rischiare), la crema solare (che dopo l’ultima vacanza al mare, certa delle capacità di resistenza della mia epidermide abituata ai soli siculi e sprezzante del pericolo locale, sono rimasta a letto due giorni a causa delle mie ginocchia ustionate), la novalgina, contro le mie frequenti emicranie, qualche libro. E poi, naturalmente, la mia moleskine nera, che chissà che non mi venga voglia di prendere qualche nota e raccontare questo viaggio.

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